Se la vita della vergine Innocenza, copatrona di Rimini, martirizzata nell'anno 300 dagli sgherri di

La "beata" cattiva

Se la vita della vergine Innocenza, copatrona di Rimini, martirizzata nell'anno 300 dagli sgherri di Sebastiano, proconsole di Diocleziano, resta avvolta nei fumi della leggenda (ma il suo culto sembra effettivamente antico), ha invece fondamento storico l'esistenza della beata Chiara, vissuta mille anni dopo, la cui tradizione agiografica è stata vagliata criticamente dal grande erudito settecentesco Giuseppe Garampi.

Di famiglia nobile (l'appartenenza alla casa degli Agolanti non è dimostrata), nacque intorno al 1260. Si sposò giovanissima con un uomo "ricco e potente"; a detta del suo biografo fra' Roberto, gli anni della giovinezza furono movimentati e dissipati: "Foe cattiva" egli scrive testualmente "et per la soe excessiva bellezza de corpo, de ogni laxivia foe piena et in ogni vanità involta". A ventiquattro anni, rimasta vedova, si risposò. Appagata dal secondo marito, "fora de ogni bon ordine amato et desiderato", cominciò ad avvicinarsi a Dio. All'età di trentasei anni, nuovamente vedova, fondò un monastero e si sottopose a pratiche di disciplina sempre più severe. Morì nel 1326 in odore di santità, "et tutti li riminesi corsero pianzendo diroptamente" a venerarne la salma, che profumava di "gilii et roxe vermiglie".