Anche il più famoso personaggio femminile della storia riminese nacque, come la beata, intorno al 12

La "Ravennate" da Rimini

Anche il più famoso personaggio femminile della storia riminese nacque, come la beata, intorno al 1260, ma non a Rimini. E' curioso che la sola donna che si fregi dell'appellativo "da Rimini" e che, come tale, è universalmente nota, sia ravennate. Così come è un fatto che di Francesca e della tragedia familiare cantata da Dante sappiamo ben poco. Francesca era figlia di Guido Minore da Polenta, signore di Ravenna; aveva una sorella più giovane, Samaritana, e sette fratelli, cinque legittimi e due bastardi. Nel 1275 circa andò sposa a Giovanni detto Gianciotto (ossia lo Sciancato), secondogenito di Malatesta da Verucchio, soldato valoroso e stimato uomo politico, ripetutamente insignito della dignità podestarile.

La fonte principale è il racconto di Dante stesso, che aveva vent'anni, o poco meno, quando si consumò il dramma e che - stando ad una recente e brillante ipotesi di Ignazio Baldelli - ne avrebbe avuto notizie nel 1304, alla corte dei conti Guidi di Romena, da Margherita, la figlia di Paolo il Bello. Depurato dai ricami romanzeschi (la fin troppo particolareggiata descrizione del solo episodio che non potè avere testimoni indiscreti, cioè la seduzione di Francesca) e dagli orpelli stilnovistici, il testo dantesco fornisce queste scarne indicazioni: che la donna si chiamava Francesca e che era nata "su la marina dove 'l Po discende"; che era cognata dell'altra anima inquieta; che i due erano stati amanti, e non platonici (donde l'assegnazione al girone dei lussuriosi); che a "spegnerli" era stato uno stretto parente, ancora vivo nel 1300 (anno in cui si sarebbe svolto il viaggio di Dante nell'Oltretomba): Gianciotto morirà, in effetti, nel 1304.

Giovanni Boccaccio, nel suo commento pubblico alla Divina Commedia, si mostra invece minuziosamente informato su tutta la vicenda, compresi i particolari più riservati. Stando all'autore del Decameron, Francesca sarebbe stata perfidamente raggirata: convinta di essere stata chiesta in moglie e poi effettivamente condotta all'altare (ma per procura) dal bel Paolo, avrebbe scoperto solo all'indomani della prima notte di nozze di essersi sposata col brutto e storpio Giovanni. E' vero - osservava Hegel a proposito della filosofia - che di notte tutte le vacche sono nere, ma la circostanza è un po' dura da credere. Piuttosto sospetta è anche la macchinosa dinamica del duplice omicidio così come la narra il Boccaccio: il servo che informa Gianciotto; questi che scopre la moglie e il fratello in flagrante, nella camera di lei; il mantello di Paolo che s'impiglia ad un chiodo; Gianciotto che colpisce involontariamente Francesca e che poi, accecato dall'ira e dalla disperazione, si avventa sul fratello e lo ammazza.

I primi commentatori di Dante sono piuttosto laconici e se la cavano, in genere, con poche e confuse notizie sui protagonisti (sola eccezione Benvenuto da Imola, che parteggia apertamente per Gianciotto, marito modello ed esempio di cristiana pazienza); del dettagliato e complicato racconto del Boccaccio sembrerebbero tuttavia accreditare la versione della sorpresa degli adulteri e della loro uccisione "a caldo".

Veniamo ai cronisti del tempo. Tacciono, sul duplice omicidio, le cronache trecentesche ravennati. Tace il Chronicon del faentino Pietro Cantinelli, contemporaneo della vicenda. Tace Salimbene de Adam, che pure va a nozze con la "cronaca nera". L'Anonimo riminese del secolo XIV si limita a questo accenno: "Accadde caso così facto che el dicto Gianne Sciancato trovò Paulo so' fradello cum la donna sua et habelo morto subito lui et la donna". Marco Battagli, nella Marcha (stesa in latino tra il 1350 e il 1355 circa), non è molto più loquace; il suo testo, tradotto, suona così: "Paolo fu ucciso da suo fratello a causa della lussuria commessa con Francesca, figlia di Guido da Polenta, moglie del fratello di Paolo, insieme alla quale Paolo stesso trovò la morte".

Poche altre notizie d'archivio su Giovanni e Paolo, estranee alla tragedia, la base documentaria si restringe a questo. E' da credere che del delicato affaire, prontamente sepolto dalle famiglie Malatesta e da Polenta, potenti e solidali, non circolassero che scarse e nebulose informazioni. Il Boccaccio non è affidabile: dati storicamente inconsistenti (le due famiglie sono dette nemiche, mentre, di parte guelfa entrambe, si erano alleate per scacciare i Traversari da Ravenna) si mescolano a particolari schiettamente romanzeschi, a cominciare dall'equivoco (o raggiro) di Francesca. Il Boccaccio è fonte, oltre che tarda, fantasiosa: grande narratore, certo, ma testimone da prendere con le pinze. I commentatori di Dante e i cronisti non aggiungono niente di nuovo e di diverso. I soli elementi certi, in definitiva, sono l'identità dei protagonisti, l'adulterio dei "cognati" e la loro uccisione per mano del marito (e fratello) tradito. Tutto il resto - il luogo, l'anno, l'età dei protagonisti - è puro oggetto di congetture.