Correva l'anno 1619.

Il re delle biscie

Correva l'anno 1619. Don Claudio Rossetti, parroco di Sant'Egidio del Bosco (l'odierna Gambettola, che allora apparteneva alla Diocesi di Rimini era preoccupato. O piuttosto, per dirla schietta, era spaventato a morte. Da qualche tempo, intorno alla chiesa, in casa sua, dentro le giare dell'olio e perfino nel suo letto, gli accadeva spesso e malvolentieri di imbattersi in una serpe. Perchè i rettili lo avessero preso di mira e da dove venissero, don Claudio non riusciva proprio a capacitarsi. Fatto sta che Sant'Egidio era ormai "ridotto a termine di grandissimo orrore e impraticabile".

Il caso volle che alla fine di marzo fossero chiamati degli operai per aggiustare lo sconnesso pavimento di legno di una stanza a pianterreno. Sollevata la tavola del piancito, si rinvenne un'intercapedine, e nell'intercapedine si scorse un brulicante, viscido, agghiacciante viluppo di "bisse" nere.

Don Claudio corse a Cesena a chiedere aiuto a un vecchio "ciurmadore" (il termine significa pressappoco stregone, incantatore). Costui venne, esaminò il pertugio e decretò che bisognava aspettare una mattina fredda e piovosa. Perchè le serpi giacessero intorpidite, si suppone. Ordinò frattanto di tappare tutte le fessure della stanza e di procurarsi pali di legno e altre armi. Quanto a lui, avrebbe preparato un potente antidoto "contro la malignità del veleno".

Passò qualche giorno. Il tempo peggiorò. Spuntò un'alba livida e rigida, e il "ciurmadore", puntuale, arrivò. Tolte le tavole del pavimento, si trovarono "passa mille bisse e bruttissime oltremodo". I coraggiosi che erano accorsi a disinfestare la chiesa "cominciarono ad infilzare, tagliare ed ammazzare" le bestiacce che, "ferite e arrabbiate", presero a mordersi a morte fra loro, "e molte ne furono trovate con serpi piccole nella gola". Per prudenza furono fatte allontanare tutte le famiglie vicine. Per tutto il tempo che durò la carneficina, si tracannarono litri di contravveleno. Ci vollero parecchie ore per eliminare tutte le serpi. Se ne riempirono varie carriole e le si seppellì in una grande fossa.

La notte della strage fu visto un enorme serpente, "a simiglianza di un gatto, che andava gridando e arrabbiando" tutt'intorno alla chiesa e lanciava fischi acutissimi che gelavano il sangue. Chi è questo superserpente infuriato che piange, a suo modo, le povere "bisse" sterminate? E' il Basilisco dei Greci, il Regolo dei Romani e il Rebiscio del folclore romagnolo (donde il popolaresco epiteto di "ribisso", tuttora appioppato a fanciulle di non eccelsa venustà e dal carattere spigoloso). E', insomma, il "re delle biscie" in persona, menzionato da Aristotele e descritto da Plinio come un gigantesco serpente con una piccola corona d'oro sul capo. Il Basilisco, per la cronaca, nasce da un uovo fecondato da un gallo di sette anni nei giorni in cui brilla Sirio e covato poi da un rospo. Il suo alito pestifero è mortale e il suo aspetto è orribile: al punto che la miglior arma è uno specchio; se il Basilisco vi si vede riflesso, crepa di spavento. La fine del nostro Rebiscio fu meno macchinosa: si beccò un'archibugiata in testa tiratagli dal nipote di don Claudio e finì, ingloriosamente, nella fossa comune.

"Laus Deo" conclude il cronista, che è il santarcangiolese Giacomo Antonio Pedroni, canonico della Cattedrale, autore di sei fitti tomi di Diari manoscritti, conservati nella Biblioteca Gambalunghiana. Lo stesso Pedroni fu testimone oculare di un'altra infestazione: meno agghiacciante, certo, ma abbastanza inquietante anch'essa. Nel giugno del 1623, a Rimini, fu vista "grandissima quantità di pavagliotte rosse" e di bruchi che dove si posavano, e in particolare sulle porte del Duomo, lasciavano "gocciole di sangue grande". "Sia cosa prodigiosa o come si voglia" commenta il cronista "io l'ho notata per cosa da me non più vista". La notizia è assolutamente degna di fede. C'è solo da precisare che quelle che sembravano "gocciole di sangue" erano invece secrezioni di color rosso vivo.

Un'altra antipatica invasione è ricordata da Nicola Giangi. Il 16 giugno 1798 arrivò a Rimini un esercito di bruchi e vi soggiornò fino al 27 luglio. Scomunicati dal Vescovo, i bruchi andarono docilmente ad affogarsi nel Marecchia e nell'Ausa.