Il sottosuolo riminese è un autentico groviera di grotte naturali e artificiali, tutte accompagnate

Sottoterra

Il sottosuolo riminese è un autentico groviera di grotte naturali e artificiali, tutte accompagnate da una fama un po' sinistra. Il più importante complesso di grotte naturali del Riminese è quello di Onferno, l'antico Castrum Inferni (toponimo di per sè poco tranquillizzante), nel comune di Gemmano. Attraversato il vestibolo, tappezzato da migliaia di pipistrelli, si penetra in un labirinto di cunicoli e grandi sale, immerso nella totale oscurità e nel più completo silenzio. Gli "indigeni" lo dicevano abitato da diavoli e briganti. Un singolare studioso del luogo, Geo Masi, si convinse che padre Dante, i cui interessi speleologici sono ignoti ai più, vi si sarebbe calato e ne avrebbe tratto ispirazione per il suo Inferno. A chi lo desiderava, mostrava a colpo sicuro la concrezione del conte Ugolino e le stalattiti di Paolo e Francesca.

Dieci complessi di grotte artificiali bucherellano, a Santarcangelo, i fianchi del monte Giove. Su chi le abbia scavate, è polemica aperta: chi dice i Celti; chi gli adoratori del dio Mitra (ed è, questa, l'ipotesi più inquietante); chi i monaci bizantini; chi i santarcangiolesi uno o due secoli fa per stivarvi il Sangiovese. Stando a una vecchia leggenda, vi si nasconderebbe un tesoro. Una galleria non ancora scoperta celerebbe dei telai d'oro massiccio. Posando l'orecchio a terra al modo dei pellirosse, si udirebbero i rumori di maestranze fantasma che, instancabilmente, passano la notte a tessere.

Decine di grotte si aprono nel tufo del colle di Covignano. Già Luigi Tonini constatava che il colle è "bucherato per ogni dove". Alcune grotte sono recentissime: si tratta infatti di rifugi antiaerei scavati in fretta e furia durante il passaggio del fronte. Altre (la maggior parte) hanno qualche secolo e sono state utilizzate come cantine per il vino e depositi di cibarie. Almeno un paio sembrano essere ipogei d'età romana, adibiti originariamente a sepolcri, verosimilmente di famiglia.


Delle due grotte più importanti si occupò nel 1848 Tonini, nel primo volume della sua monumentale Storia civile e sacra di Rimini. Si trovano entrambe nei pressi del "delizioso poggio detto il Paradiso". La prima, a sud del colle, fu scoperta nel 1834. E' composta da cinque cunicoli strettissimi, larghi circa un metro. Il più lungo misura ventiquattro metri. Alla fine di ciascun cunicolo, uno sfiatatoio verticale, che arriva fino alla superficie, assicura il ricambio dell'aria. Il complesso, di scarso interesse architettonico, non possiede nè stanze nè nicchie. La sua origine romana pare comprovata dai reperti archeologici che vi furono rinvenuti: urne cinerarie in impasto grigio e rosso e a vernice nera, due antiche monete di Ariminum e una bella testina di Bacco in terracotta. Bacco-Dioniso - com'è noto - non è solo il dio delle bisbocce, ma una delle divinità che, nel mondo antico, presiedevano ai riti funebri.

Molto più articolato e interessante è il complesso chiamato tradizionalmente "Grotta dei Romiti" (cioè dei monaci Olivetani dell'abbazia di Scolca). Consta di un cunicolo in discesa che si biforca dopo una decina di metri; a destra immette nella prima camera, nelle cui pareti si aprono quattro nicchie; a sinistra, dopo una leggera curva, conduce nella seconda camera, che è raggiunta anche da una lunga galleria molto più tarda, scavata con ogni probabilità dai monaci dell'abbazia.

La "Grotta dei Romiti" fu certamente utilizzata come cantina e magazzino dagli Olivetani. Tonini non ha però dubbi a datarla all'età romana e a giudicarla l'estrema dimora di una cospicua famiglia di Ariminum. Peccato che di questa gens si ignori perfino il nome. Il complesso, del resto, non ha restituito nulla: nè urne cinerarie, nè epigrafi, nè graffiti. Ma "che non sia opera dei frati" spiega Tonini "te lo dice la sua figura, che nulla ha a che fare con grotte da ripor vino".

Sulle grotte di Covignano - come su quasi tutte le grotte - sono fiorite suggestive leggende. La più allarmante racconta che furono scavate da un'oscura congrega di "Frati Bianchi", che vi celebrava i suoi riti cruenti e blasfemi. La spiegazione più ragionevole è che questi "Frati" siano gli innocui (e anzi benemeriti) monaci Olivetani, che in effetti indossavano un saio bianco. Ma alcuni, tra cui Guido Nozzoli, hanno pensato ai Cavalieri del Tempio. Un'altra diceria vuole che i cunicoli siano tutti comunicanti tra loro e che un passaggio sotterraneo (che sboccherebbe vicino alla fontana di piazza Cavour) li colleghi alla città.